ATTENTATO RANUCCI: CHIUSO IL CERCHIO. TELECAMERE E INTERCETTAZIONI INCASTRANO IL MANDANTE VALTER LAVITOLA 10/08/2026 L’analisi incrociata dei filmati di videosorveglianza dei palazzi e le microspie ambientali hanno smantellato il muro di omertà. L’ex editore in carcere per la bomba a Pomezia.
ROMA – Un mosaico investigativo perfetto, composto tessera dopo tessera grazie agli occhi elettronici delle telecamere di sicurezza e all'ascolto implacabile delle intercettazioni telefonico-ambientali. È così che i Carabinieri del Nucleo Investigativo e la DDA di Roma sono riusciti ad arrivare al presunto colpevole e mandante dell'attentato dinamitardo contro il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci: l'imprenditore ed ex editore Valter Lavitola, finito oggi in carcere. Un'operazione complessa che ha permesso di ricostruire l'intera catena di responsabilità dell'attacco avvenuto il 16 ottobre 2025 a Pomezia, smascherando non solo gli esecutori materiali del commando, ma anche la mente che ha commissionato la bomba. La svolta fondamentale per individuare il gruppo operativo era arrivata a fine giugno con l'arresto di quattro persone. Decisive sono state le registrazioni dei sistemi di videosorveglianza privati e commerciali: incrociando i fotogrammi delle telecamere di sicurezza dei palazzi vicini all'abitazione del giornalista e lungo i percorsi di fuga, gli investigatori hanno identificato le targhe, il colore preciso dei veicoli e la presenza del commando che per ore ha piantonato la zona prima di far brillare l'ordigno. L'esame forense dei sistemi di tracciamento e dei tabulati delle celle telefoniche ha poi confermato la presenza fisica dei sospettati sul luogo del delitto, smontando ogni tentativo di alibi. Se i filmati delle videocamere hanno collocato gli uomini sul posto, sono state le intercettazioni ambientali e telefoniche a incastrarli definitivamente e a far risalire i magistrati fino ai vertici dell'organizzazione. Credendosi non intercettati, i membri del gruppo si vantavano apertamente dell'azione. "Facciamo la storia!", esclamavano in auto guardando in tv i servizi giornalistici che mostravano le auto di Ranucci distrutte dall'esplosione. In altre conversazioni catturate dalle microspie, si faceva esplicito riferimento agli ordigni, alla gestione dei contatti logistici e, soprattutto, alle direttive ricevute da un intermediario legato a Lavitola. Attraverso l'ascolto diretto dei telefoni e dei veicoli sotto controllo, gli inquirenti hanno potuto ricostruire il flusso di denaro e di comunicazioni che collegava gli esecutori della periferia campana e romana all'ex editore.
Il GIP di Roma ha così firmato la misura cautelare in carcere per Lavitola con le accuse di concorso in attentato con finalità di eversione e l'aggravante del metodo mafioso. Grazie all'uso combinato della tecnologia di sorveglianza cittadina e delle attività d'intelligence audio, l'inchiesta ha dimostrato come la bomba non fosse un atto vandalico isolato, ma una vera e propria ritorsione pianificata a tavolino per intimidire il giornalismo d'inchiesta.
A cura di Mattia Ferri.